Le lacrime premevano per uscire. Provavo vergogna per la Repubblica Ceca, per l’UE. In quel momento volevo fare l’eroina e liberare l’Ucraina con le mie sole forze. Camminavo accanto a Kristýna, una giovane e bella ragazza ucraina arrivata a una Scuola Estiva di Giornalismo da Užhorod.
«Sappiamo che non entreremo mai nell’Unione Europea. Lo sappiamo. Ne siamo tutti consapevoli.» La sua voce era sommessa, carica di disperazione e rassegnazione, dolce eppure capace di attraversare ogni mio pensiero. Stavamo parlando della guerra. E io non riuscivo a dire nulla. Cosa avrei dovuto dirle — che non era vero? Avrei dovuto mentirle? Così rimasi in silenzio, ed entrambe lottammo per non metterci a urlare lì, in mezzo alla strada.
Gli amici di Užhorod partecipano regolarmente alla Scuola Estiva di Giornalismo: di solito parlano ceco, a volte ci capiamo in inglese, e quando nemmeno quello funziona, ci salvano mani e piedi. Eppure sono spezzacuori, ladri di sorrisi e demolitori di pregiudizi. Quell’anno, però, era diverso. Su Havlíčkův Brod, piena di studenti entusiasti e allegri, aleggiava un tema che alcuni non volevano toccare. Un argomento che altri cercavano invece di affrontare con cautela, ma avevano paura delle reazioni. La guerra. Sono convinta che molti studenti avessero domande per i nostri amici dell’Est che non hanno mai osato fare. Bastò che uno degli ospiti pronunciasse la parola Maidan perché una delle ragazze ucraine scappasse fuori in lacrime. La porta si chiuse alle sue spalle. E io speravo solo che tornasse.
E alla fine cominciarono loro stessi.
«I media hanno smesso di interessarsi alla guerra in Ucraina perché dura da troppo tempo e forse non interessa più alla gente? La guerra si è fusa con la routine quotidiana dei giornali?» Domandava Kristýna all’ospite della Scuola Estiva di Giornalismo, la giornalista austriaca Barbara Tóth. In sala calò il silenzio. Si vedeva chiaramente che ciò che Barbara doveva rispondere a Kristýna non le era affatto comodo. Un silenzio gelido. Tutti conoscevano la risposta.

La guerra in Ucraina non occupa più le prime pagine dei giornali, non è più la notizia principale del giorno. Dura da troppo tempo. La Russia è maestra di propaganda: i cittadini russi considerano gli ucraini dei nemici. «Mi riguarda personalmente — sono russa, vivo in Germania da alcuni anni. Ho in Russia parenti e amici che seguono solo i media russi. E sono convinti che solo i media russi dicano la verità, e non si fidano affatto di quelli europei. Credono che in Europa esista la propaganda e che i media europei mentano. Cosa posso fare?» Chiede in un ceco fluente Olga, che studia bohemistica a Berlino. Una domanda alla quale un’apposita task force di Bruxelles dovrebbe trovare risposta — e che nessuno dei presenti, ovviamente, era in grado di risolvere.
«I russi hanno cercato a lungo di distruggere il nostro popolo. Durante il comunismo vietavano la pubblicazione di libri in ucraino. Cercavano di distruggerci dall’interno. Perché cos’è che fa di un popolo un popolo? La lingua. Tu sei italiana e come parli? Italiano. Io sono ucraino, quindi parlo ucraino.» Yakim aveva appena finito di studiare legge. È più giovane di me. In Ucraina, dopo dieci anni di scuola di base, si va direttamente all’università.
«Il russo e l’ucraino si assomigliano come il ceco e lo slovacco. Ma quando incontriamo un russo, fa finta di non capirci quando parliamo ucraino. Per questo, se in Ucraina parli russo, significa che non sei ucraino.» Si porta la mano al cuore, ma ammette che non è tutto così in bianco e nero. Ci sono cittadini russofoni dell’Ucraina che passano dall’altra parte, ma poi si vedono anche persone di lingua russa che si arruolano come volontari.
«In fondo non è una questione di popoli, ma di politica.» Chiude il discorso, e siamo d’accordo: bisogna separare il popolo e la cultura dalla politica. «I russi pensano che siamo nemici perché glielo dicono i media.» In fin dei conti siamo tutti soltanto esseri umani.
Non dimentichiamo l’Ucraina.
Anche per loro, fino a non molto tempo fa, la guerra era soltanto una parola nei libri.
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